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Venerdì della Vergine Addolorata: Cuore spirituale della Settimana Santa e fulcro di una pietà popolare che attraversa i secoli senza perdere forza né significato

La devozione alla Beata Vergine Addolorata non è un fenomeno recente né superficiale. Affonda le sue radici nel periodo borbonico quando, sotto il Regno delle Due Sicilie, il culto dell’Addolorata conobbe una diffusione capillare, diventando espressione viva della religiosità del popolo. Non si trattava solo di fede, ma di un vero e proprio modo di interpretare l’esistenza.

Questa pietà popolare non è solo memoria: è custodia viva. È un patrimonio che ancora oggi viene gelosamente tramandato da uomini e donne che, spesso nel silenzio, conservano saperi antichi.
Sono loro a custodire e preparare gli abiti, a curare i simulacri, a mantenere intatta una tradizione fatta di gesti, tempi e significati che non possono essere improvvisati.

E tutto questo avviene, non di rado, anche in tensione con una certa pastorale contemporanea che, in nome dell’essenziale, rischia talvolta di abolire, semplificare, togliere. Ma ciò che viene custodito non è un eccesso superfluo: è linguaggio, è identità, è memoria incarnata. È un modo concreto con cui un popolo ha imparato nei secoli a dare forma al dolore, alla fede, alla speranza.

Il culto della Vergine Addolorata è, infatti, una scuola antropologica del dolore. Insegna la resilienza del lutto, la capacità di attraversare la sofferenza senza negarla, di accettare la morte e il fallimento umano come parte integrante della vita. Non c’è fuga, non c’è illusione: c’è uno sguardo lucido e, al tempo stesso, carico di speranza.

Ed è proprio qui che questa tradizione mostra tutta la sua straordinaria attualità. Viviamo in una società che tende a rimuovere il dolore, si evita il fallimento, lo si censura, lo si vive come una colpa anziché come una tappa inevitabile dell’esistenza. In questo contesto, la figura della Vergine Addolorata si staglia con forza controcorrente.

La nostra pietà popolare, tradotta in preghiera semplice e totale affidamento, non insegna a evitare il dolore, ma ad attraversarlo, abbracciarlo.
E proprio attraverso questo abbraccio troviamo un nuovo significato. Diventa occasione di maturazione, di profondità, di umanità più vera.

Questa è forse la lezione più grande che la tradizione dell’Addolorata ha ancora da offrire oggi, anche a chi non si riconosce nella fede. È un invito universale: non lasciarsi schiacciare dal dolore.
Guardarlo, attraversarlo, trasformarlo.

Perché è solo ciò che si attraversa davvero che può diventare forza. E la Vergine Addolorata, con il suo silenzio carico di senso, continua a insegnarlo da secoli.

A Mottola, la venerazione della B.V.Addolorata rappresenta uno dei momenti in cui la Confraternita del Carmine e Purgatorio rivive il suo rito più antico e identitario, custodito e tramandato nel tempo come parte viva della storia religiosa e culturale del paese.

Già nel 1852 don Tommaso Agrusti, rettore del Carmine e Padre Spirituale della Confraternita, descriveva con parole profonde questa devozione in un suo scritto:
“Nel cuore di Mottola, tra le radici del monte e il respiro antico della pietra, la Confraternita custodisce un patrimonio di fede che è insieme rito, identità e memoria viva.
Tra tutti i culti, quello dell’Addolorata emerge con particolare intensità.
Oltre alla festa nel mese di settembre, nella Settimana di Passione si celebra un solenne Settenario in suo onore: sette giorni di preghiera, di silenzio raccolto, di ceri tremolanti.
Poi, nel Venerdì a Lei dedicato si svolge la processione. La Vergine vestita di nero, con l’orlatura argentata sul mantello, avanza tra i fedeli come Madre del dolore e della speranza”.
Nello stesso memoriale egli annota come, durante questa processione, si compia un dialogo muto tra Madre e figli, capace di commuovere l’intero paese:
“E l’Addolorata, nel suo manto nero bordato d’argento, resta il volto più tenero e struggente di un popolo che nel dolore cerca, e trova, la grazia”.

Dal 2015 la Confraternita ha ridato vita a questa antica tradizione.

Dopo la Celebrazione Eucaristica nella chiesa del Carmine, nel tardo pomeriggio, muove dall’antico ingresso della chiesa – situato nel centro storico – la processione dell’Addolorata.
Il Troccolante apre il pellegrinaggio, seguito dalla croce delle cinque piaghe di Nostro Signore, utilizzata nelle Via Crucis. Seguono sette poste di Paranze, che rappresentano i sette dolori di Maria, e infine la sacra effigie lignea della Vergine, che chiude il corteo. Dietro di Lei avanzano le consorelle con il cero e la banda cittadina, che dà voce al dolore eseguendo le marce tipiche del repertorio funebre mottolese.

Così si aprono i riti della Confraternita, così iniziano i giorni dei riti di Mottola.

Quando l’Addolorata avanza tra il popolo non è soltanto una statua a muoversi, ma una Madre che continua a cercare lo sguardo dei suoi figli.
Ed è proprio in quello sguardo silenzioso – tra confratelli e popolo, tra Madre e figli – che si compie ancora il miracolo più grande: il dolore che diventa comunione, la memoria che diventa identità, la fede che diventa casa.

In questo giorno il silenzio parla.

Quest’anno, inoltre, i bambini dell’Istituto Comprensivo A. Manzoni – San Giovanni Bosco di Mottola accompagneranno l’uscita e il rientro della Madonna intonando uno dei canti popolari più belli e struggenti dedicati alla Vergine. Questa iniziativa serve a testimoniare la continuità tra passato e futuro sottolineando che il coinvolgimento dei più piccoli sia fondamentale per trasmettere la memoria collettiva e l’identità di una comunità che si riconosce nei suoi simboli più sacri.

Le Paranze oggi ritornano così, dopo un anno, a sfiorare a piedi scalzi le fredde chianche del paese, in quel passo lento della “nazzicata”, che non è soltanto cammino ma memoria viva.
Ogni battito sul selciato è un cuore che pulsa da secoli;
ogni respiro è una promessa mantenuta.