A Mottola la Settimana Santa custodisce un rito antico e suggestivo: il pellegrinaggio delle Paranze della Confraternita del Carmine e Purgatorio agli altari della Reposizione, popolarmente chiamati “Sepolcri”.
Una tradizione che affonda le sue radici nei secoli e che continua ancora oggi a coinvolgere la comunità con gesti, simboli e rituali carichi di significato.
Questo rito è il più antico della Confraternita.
Il termine “Paranze” deriva dalla forma dialettale meridionale paro, che indica il procedere a coppie: i confratelli, infatti, camminano sempre due a due.
Nei verbali antichi della confraternita si trova anche l’espressione dialettale “Múshche a Múshche”, cioè “spalla a spalla”, a indicare il modo in cui i confratelli pellegrinavano dal Giovedì Santo fino all’alba del Venerdì Santo.

Secondo questi antichi documenti, la Confraternita del Carmine godeva di una particolare precedenza – detta “dritta” – nel pellegrinaggio ai Sepolcri, concessa da un regio decreto del Re del Regno di Napoli. Questo privilegio spiegherebbe alcune caratteristiche comuni alle confraternite carmelitane del Sud Italia, come l’uso delle insegne del pellegrino, il bordone e il cappello “saturnino”, menzionati nei registri della confraternita e un tempo accuratamente custoditi e puliti dall’economato.
Nel corso dei secoli il rito ha subito alcune trasformazioni.
Oggi i confratelli si genuflettono davanti al Santissimo Sacramento, mentre in passato compivano: dal greco la proskynesis, una prostrazione completa a terra.
Anche il pellegrinaggio, che un tempo durava per tutta la notte, si svolge oggi dal pomeriggio del Giovedì Santo fino alla mezzanotte, riprendendo poi all’alba del Venerdì Santo sino alla celebrazione, in tarda mattinata, della Passione Domini.
Le Paranze avanzano in silenzio, incappucciate, a piedi scalzi, con una corona di spine di melograno sul capo, stringendo una corona del rosario, accompagnate dal suono della troccola – amorevolmente chiamata “Trich Trach” – portata da un membro del consiglio di amministrazione del sodalizio vestito in abiti civili eleganti, mentre i confratelli più anziani, detti i serrachjise, hanno il compito di chiudere le chiese e guidare il rientro delle Paranze nella sede della confraternita. Qui, a porte chiuse, il priore compie il gesto simbolico della lavanda dei piedi, segno di servizio e fraternità.
Tra le strade di Mottola la gente osserva in silenzio il passaggio delle Paranze.
Particolarmente suggestivo è il momento del cambio di guardia tra le coppie di confratelli: tre colpi di bordone a terra richiamano la Trinità, le mazze si incrociano in segno di saluto e il pellegrinaggio riprende.
Anche il bordone racchiude un significato simbolico: il puntale superiore nero rappresenta l’Alfa, mentre il tacchetto inferiore sempre di colore nero simboleggia l’Omega.
Un richiamo al principio e alla fine, segno che accompagna da secoli uno dei riti più affascinanti della tradizione religiosa mottolese.
Questa è la nostra tradizione,
quella degli uomini del silenzio.
Uomini che non chiesero nulla,
che donarono tutto
nel buio, lontano dagli sguardi,
là dove il cuore pesa più delle parole.
Camminarono senza rumore,
ma ogni passo era un segno inciso nel tempo,
ogni gesto, un atto d’amore consumato nell’umiltà.
Non vollero essere ricordati eppure divennero eterni.
Perché verrà il giorno,
e sarà inevitabile,
in cui non saranno le voci a narrarli,
ma le pietre che hanno calpestato,
la terra che li ha accolti,
il vento che ha custodito il loro respiro.
E allora tutto parlerà di loro con forza antica,
con verità incrollabile.
E sarà un canto senza fine, scolpito nel tempo,
per sempre.

